ORGANON

ALCUNE FORME E TECNICHE DELLA CONSULENZA FILOSOFICA. – di Isabella Faggiano

LOGOANALISI
Descrizione di un’esperienza a un Centro di Prima Accoglienza (CPA) per tossicodipendenti.

Il tossicodipendente che arriva al CPA per chiedere aiuto porta con sé una serie di esperienze negative. Queste variano da soggetto a soggetto. Due, però, possono essere definite le sensazioni più comuni: il sentirsi invisibili per il resto del mondo e contemporaneamente giudicati da chiunque, anche da un perfetto sconosciuto. Di conseguenza l’approccio del consulente al primo colloquio deve basarsi proprio sui concetti opposti: mostrare che c’è qualcuno pronto a dare importanza a quella singola esistenza senza giudicare il suo operato passato e presente, né i suoi progetti futuri. Il counseling esistenziale è in questo contesto risultato adeguato ed efficace, grazie soprattutto all’utilizzo di uno dei suoi strumenti: l’epochè [1]. Questo termine di origine husserliana indica, infatti, proprio la sospensione o messa tra parentesi del giudizio. Attraverso la logoanalisi coscienziale e subliminale è stato possibile aiutare il singolo utente a far emergere la struttura profonda delle frasi pronunciate durante la narrazione di uno spaccato del proprio vissuto. Ciò è stato possibile analizzando la struttura superficiale e arrivando, in ultimo, all’individuazione del focus [2] dell’intero discorso. Tale punto focale, individuato alla fine del colloquio, è apparso completamente distante da quello che l’utente pensava fosse la problematica centrale del suo racconto all’inizio del dialogo. Una presa di coscienza di questo tipo ha permesso al soggetto di cominiciare il suo percorso avendo almeno chiarito la motivazione reale che lo aveva spinto a varcare la soglia del CPA di Villa Maraini. Il focus, risultato finale del primo colloquio, non è mai stato incoraggiante. Ogni consultante si è infatti reso conto che la voglia di tentare un percorso di disintossicazione non era affatto spinta da una volontà reale di smettere di utilizzare sostanze stupefacenti. Dietro si celava qualche bisogno di altra natura. La disintossicazione è, in altre parole, risultato un argomento vacillante. Nella maggior parte dei casi la motivazione emersa da un’analisi della struttura superficiale del discorso era legata a bisogni primari, quali la necessità di un pasto caldo o di un letto per la notte. In situazioni meno estreme è emersa una volontà di fuga da qualcosa o qualcuno. Tra le più frequenti anche le necessità di un contenimento in un luogo protetto o di un allontanamento dalle sostanze stupefacenti dopo ripetuti episodi di abuso, fino ad overdose.

Per comprendere meglio i risultati sopraelencati e il metodo con cui ho tenuto le mie consulenze, presenterò un breve stralcio di colloquio con un utente del CPA, cercando di porre maggiore attenzione su cancellazioni, generalizzazioni e deformazioni.

Utente: “Ora basta. Da oggi smetto. Credo di aver toccando il fondo. Ogni giorno sto sempre più male, non mi riconosco più. E’ troppo tempo che conduco una vita senza regole. Ci ho provato tante volte a smettere, ma non ci sono mai riuscito. Questa volta, però ho la sensazione che sia diverso”.

Consulente: “M., se ho capito bene, mi hai detto che da oggi smetterai di drogarti, perchè senti di aver toccato il fondo. Poi, mi hai detto anche che ogni giorno stai sempre più male. E’ esatto?”

Utente: “Si, sto sempre più male”.

Consulente:”M., ho capito che stai più male, ma non mi è chiaro se rispetto a qualcun’altro o ad un altro periodo della tua vita”.

Utente: “Sto più male di prima”.

Consulente: “Potresti chiarirmi quando dici prima a quale periodo ti riferisci?”

(l’utente in questione era già noto a Villa Maraini, aveva provato più volte un percorso di disintossicazione, ma era sempre fuggito prima che questo potesse essere completato)

Utente: ”Mah… anche un mese fa. Si, un mese fa stavo molto meglio”.

Consulente: ”Bene. Hai detto che un mese fa stavi molto meglio. C’è qualcosa che ti impedisce di tornare in quella condizione?”.

Utente: “Certo! Mia moglie mi ha cacciato di casa, i miei figli non mi vogliono più vedere ed ho perso il lavoro. E’ un mese che dormo in macchina o per strada”.

Consulente: “E se non dormissi in macchina o per strada staresti meglio?”

Utente: ”Si, certo. Per questo sono qui”.

Consulente: “Sei qui perchè hai bisogno di un posto dove dormire”

Utente: “Si!”

Il nostro dialogo è continuato per circa un’ora. Sono emerse altre cancellazioni, generalizzazione e deformazioni che, via via, abbiamo chiarito insieme. Ma questo breve stralcio di dialogo mostra come, grazie alla logoanalisi, sia facilmente emerso il reale motivo che ha spinto M. a presentarsi al CPA. La sua intenzione non era quella di disintossicarsi, ma di poter dormire su un materasso, dopo aver trascorso trenta notti tra i marciapiedi e i sedili di un auto. Con ciò non voglio dire che il bisogno di cercare un posto dove trascorrere la notte non sia una motivazione altrettanto valida, ma certamente insufficiente per affrontare un percorso di disintossicazione, che pone il soggetto di fronte alla sopportazione di dolori, anche fisici, dovuti all’astinenza. Queste poche battute scambiate con l’utente mostrano l’applicazione di alcune tecniche della logoanalisi volte a chiarire la struttura superficiale del discorso, per far emergere quella profonda. La prima chiarificazione chiesta fa riferimento ad una cancellazione, in particolare all’utilizzo di un superlativo relativo senza insieme di riferimento (“sto sempre più male”). Poi ho proceduto alla chiarificazione di una generalizzazione (“prima”). Infine, un’ inversione dei segni ha permesso all’utente di capire e, di conseguenza di dire, che il suo stare più male di prima non era dovuto all’uso di droghe, ma al fatto di essere stato cacciato di casa. M., infatti, faceva chiaramente uso di droghe anche durante quei periodi che egli stesso ha definito “migliori”.

Ovviamente un solo colloquio non può chiarire le idee di chi per anni o addirittura decenni ha vissuto sotto l’effetto di stupefacenti, ma può dare un primo stimolo per decidere se impegnarsi seriamente in un percorso terapeutico tanto lungo, quanto faticoso.

LA CONSULENZA FILOSOFICA DI GRUPPO
La consulenza filosofica di gruppo ha una prima regola fondamentale: nessuno ha l’obbligo di prendervi parte. Un approccio spontaneo avvicina soltanto chi è realmente interessato ad approfondire determinati argomenti. Seconda regola: i gruppi non devono superare le quindici unità: un gruppo troppo ampio non permette a tutti di prendere la parola ed è molto difficile arrivare ad una conclusione nel tempo a disposizione.

Anche il tempo è prestabilito: sessanta minuti, che possono diventare al massimo un’ora e un quarto, laddove qualcuno avesse ancora la necessità di intervenire.

Ma veniamo al cuore della struttura vera e propria della consulenza di gruppo. Per ognuna è necessario stabilire una categoria esistenziale da approfondire. Dopo aver consultato la visione di più filosofi, si sceglie un unico testo da fornire in copia ad ogni partecipante. Per schematizzare, la consulenza filosofica di gruppo potrebbe essere divisa in 10 fasi. Ipotizziamo che l’argomento del giorno sia la Solitudine:

  • Il consulente spiega che oggi il gruppo analizzerà la catergoria della Solitudine
  • Il consulente chiede se qualcuno dei presenti abbia voglia di spiegare che cosa sia per lui la Solitudine o se più semplicemente voglia raccontare un espisodio in cui ha provato Solitudine.
  • I consultanti che hanno alzato la mano per intervenire fanno la loro esposizione
  • Il consulente, se lo ritiene opportuno, interviene con delle domande che possano chiarire quanto esposto (le domande sono formulate tenenendo sempre presente il concetto di epochè e con tecnica logonalitica)
  • Il consulente presenta il testo filosofico scelto, accenando brevemente alla biografia dell’autore. Poi, specifica che ciò che si andrà a leggere rappresenta la visione di quel singolo filosofo e che, pertanto, può e deve essere analizzata criticamente. Non condividere quel pensiero è assolutamente lecito
  • Si procede alla lettura del testo, soffermandosi alla fine di ogni capoverso per spiegarne e commentarne il contenuto. Si procede in questo modo fino alla fine del testo
  • In ogni momento i consultanti possono alzare la mano e chiedere la parola
  • Alla fine della lettura ognuno è invitato a raccontare le sue impressioni
  • I consultanti che all’inizio abbiano dato la propria definizione di Solitudine possono intervenire per spiegare se e come questa si sia modificata a seguito delle lettura
  • Il consulente trae una conclusione sintetizzando tutte le definzìoni emerse intorno alla categoria di cui si è discusso

Il consulente deve comunque tener presente che la schematizzazione così rappresentata è una semplice indicazione, poiché il colloquio può subire delle varianti e può prendere delle direzioni che non possono essere previste. E’ accaduto che io non sia riuscita a completare la lettura del testo perchè uno dei consultanti è intervenuto ripetutamente raccontando il suo vissuto. In quel caso gli ho lasciato lo spazio per esprimersi, ascoltando il suo bisogno del momento. Ciò è risultato efficace anche per gli altri componenti del gruppo che, in modo spontaneo, sono intervenuti per sostenere il compagno o per raccontare loro personali esperienze simili a quelle oggetto del discorso. Quando il tempo trascorso ha superato i 75 minuti ho comunque interrotto la consulenza, per rimandarne la continuazione all’incontro successivo. I discorsi vanno sempre portati ad una conclusione, ma nello stesso tempo, è bene tener presente che superare un certo limite di tempo comporta un fisiologico calo dell’attenzione. Di conseguenza, continuare ad oltranza potrebbe creare più danni che benefici.

IL DIALOGO SOCRATICO
Può essere definita consulenza filosofica anche quella consulenza che pur non avvalendosi direttamente del supporto di testi filosofici sia strutturata secondo un modello ispirato ad una metodologia di analisi o di ragionameto squisitamente filosofico. Per fare alcuni esempi possiamo citare il metodo induttivo [3], il metodo baconiano, un metodo conoscitivo basato sull’utilizzo di tavole (di presenza, assenza, dei gradi, esclusive) [4], il metodo scientifico di Galileo [5], e così via, spaziando per la storia del pensiero filosofico. Per sperimentare l’applicazione di un ragionamento filosofico come metodologia della consulenza di gruppo ho scelto di utilizzare il metodo del Dialogo socratico. Si tratta di una pratica filosofica comunitaria basata su un metodo formale, ideato dal tedesco Leonard Nelson [6] (1882-1927) ed elaborato dagli esponenti della sua scuola, come Gustav Heckmann, Minna Specht ed altri, tra Germania, Olanda e Inghilterra.

Anche in questo caso, come per la consulenza basata sulla lettura di testi filosofici, il gruppo dev’essere contenuto tra le cinque e le dieci persone. E’ necessaria la figura di un facilitatore che funga da moderatore e coordinatore del dialogo. Nel caso di una consulenza filosofica di gruppo questo ruolo può essere ricoperto dal consulente. Scopo del Dialogo è ricercare, comunitariamente, una risposta condivisa, per quanto aperta e problematica, ad una domanda di tipo universale, per esempio: “che cos’è la felicità”?, “cos’è la passione?”, etc….

In tal senso, il Dialogo Socratico non dev’essere confuso con il cosiddetto “metodo socratico” , di cui parla Platone nelle sue opere. La moderna pratica del Dialogo Socratico, pur ispirandosi in termini storico-filosofici alla tradizione socratico-platonica, ha delle proprie peculiarità. La differenza di fondo è che mentre nei Dialoghi platonici il personaggio Socrate, in molti casi (soprattutto nei cosiddetti “dialoghi aporetici”), aiuta o forza i suoi interlocutori a scoprire le contraddizioni implicite nei loro assunti di partenza, nel Dialogo socratico modernamente inteso, il gruppo è spinto dal comune intento di trovare un accordo sulla definizione di un concetto generale. In altre parole non prevede una competizione dialogica e, di conseguenza, non ci devono essere né vincitori, né vinti. Non è il singolo individuo, ma l’intero gruppo ad avere successo o a fallire nell’intento di raggiungere una conclusione accettabile in un tempo prestabilito. In ogni fase di questo processo, infatti, ogni obiettivo intermedio è tale soltanto attraverso il consenso generale.

Qualsiasi domanda, dubbio, intuizione, osservazione, obiezione o ragionamento offerto da ogni singolo partecipante viene preso in considerazione ed esaminato dall’intero gruppo. Una votazione democratica può esser utile a rivelare l’opinione della maggioranza. Una discussione socratica di questo tipo consiste, dunque, nella ricerca comune di una soddisfacente risposta a interrogativi e problemi portati dai partecipanti alla discussione, sufficientemente interessanti da poter essere assunti a oggetto di indagine da parte del gruppo. Per evitare di muoversi su livelli puramente astratti, è consigliabile che le sessioni di lavoro partano da un esempio concreto, legato al mondo dell’esperienza vissuta e sufficientemente interessante per tutti.

LA STRUTURA DEL DIALOGO
Se si volesse rappresentare graficamente la struttura del dialogo socratico si potrebbe utilizzare l’immagine di una clessidra. Si parte dall’alto con un argomento di discussione che via via si stringe attraverso uno scambio di opinioni. Poi, c’è un filtro che stringe, fino a riallargarsi in una conclusione quanto più possibile condivisa da tutti. Il tema del Dialogo può essere anche suggerito direttamente dal gruppo. All’interno del CPA ho proposto vari argomenti, in quel momento centrali nella vita quotidiana, e poi ho proceduto per votazione a maggioranza. Dopo aver individuato l’“universale” su cui discutere, ogni partecipante al dialogo ha raccontato un’esperienza del proprio vissuto che potesse esprimere quel determinato concetto.

Sarebbe consigliabile che il narratore di turno parli di qualcosa che ha direttamente vissuto, in quanto agli altri partecipanti è consentito rivolgere delle domande chiarificatorie. Il tempo di questa narrazione va prestabilito per evitare che una narrazione risulti troppo lunga rispetto ad un’altra (si può spaziare dai 2-3 minuti, fino ad un massimo di 10, a seconda del tempo totale a disposizione e del totale dei partecipanti). Dopo che ognuno abbia terminato il suo racconto il gruppo deve scegliere, a votazione, quale narrazione possa meglio rappresentare l’universale da indagare. La storia scelta va riraccontata e chi ascolta può fare altre domande charificatorie. Intanto il facilitatore avrà il compito di appuntare ogni passaggio del dialogo su una lavagna visibile a tutti.

Questa trascrizione serve per individuare con esattezza in quale passaggio del racconto si parla in modo specifico dell’universale scelto come oggetto di indagine. Partendo da questo passaggio, ognuno proverà a dare la sua definizione. Tutte queste definizioni dell’universale indagato devono essere sintetizzate in un’unica definizione, sempre da votare con consenso di maggiornaza. A questo punto arriva il momento della controprova: se quella definizione è giusta e sufficientemente universale, allora potrà adattarsi anche a tutte le altre storie raccontate da ognuno all’apertura del dialogo. Si può procedere, via via, a modificare questa definizione data a seconda delle incongruenze riscontrate con le varie storie, affinchè il gruppo non sia pienamente soddisfatto. Da questa descrizione si evince che per prendere parte al dialogo socratico non è neccessaria nessuna conoscenza della filosofia: è solo il facilitatore a guidare il discorso con un ragionamento filosofico. Tutte le fasi possono essere così riassunte:

  • Scelta della domanda (l’universale oggetto di indagine), magari con una votazione (esempio: che cos’è l’onestà)
  • Ogni partecipante racconterà un episodio del suo vissuto che possa contenere questo concetto (esempio: un’azione onesta che hanno compiuto o che hanno ricevuto). Il racconto dev’essere contenuto in un tempo prestabilito.
  • Votare la narrazione che meglio esprima l’universale scelto
  • Raccontare di nuovo l’episodio, chiarendo eventuali dubbi
  • Il facilitatore appunta ogni cosa
  • Si individua il passaggio della storia in cui si esprime chiaramente quel concetto
  • Ognuno da una sua definizione di quel determinato concetto
  • Se ne formula un unico condiviso da tutti
  • Si prova ad applicarlo anche alle altre storie
  • Eventuali correzioni della definzione finale

[1] Husserl E., Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologia, a cura di E. Filippini, Einaudi (1913), Torino 1965

[2] Brancaleone F.,Buffardi G.,Traversa G., Helping, Edizioni Melagrana, San Felice a Cancello, 2002

[3] Il metodo induttivo o induzione (dal latino inductio, dal verbo induco, presente di in-ducere), termine che significa letteralmente “portar dentro”, ma anche “chiamare a sé”, “trarre a sé”, è un procedimento che partendo da singoli casi particolari cerca di stabilire una legge universale. Nel greco antico è traducibile con l’espressione epagoghé (ἐπαγωγή). Contrapposto a quello induttivo è il metodo deduttivo (anche detto “metodo aristotelico“) che, al contrario, procede dall’universale al particolare.

[4] Il metodo conoscitivo postulato da Bacone è un procedimento induttivo, tuttavia sostanzialmente diverso dall’induzione aristotelica: mentre questa consisteva in una pura osservazione dei fenomeni, la procedura baconiana prevede che oltre ad osservare si compiano veri esperimenti e si registrino i dati ottenuti. Per questa registrazione Bacone teorizza diverse tavole. Le tavole di presenza hanno lo scopo di registrare in che circostanze si verifica il fenomeno studiato. Quelle di assenza, al contrario, registrano quando il fenomeno non si verifica, nonostante le condizioni siano simili a quelle in cui esso avviene. La tavola dei gradi indica in quale misura accada l’avvenimento studiato. Infine le tavole esclusive segnalano le circostanze che impediscono il manifestarsi di una situazione. Una volta compilate le tavole, si raccoglie il materiale (vindimiatio prima) e si formula un’ipotesi, da controllare con successivi esperimenti fino a giungere all’experimentum crucis, in cui si incrociano le varie prove per verificare quali siano le correlazioni tra i singoli fenomeni.

[5] Il metodo scientifico è la modalità tipica con cui la scienza procede per raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Esso consiste, da una parte, nella raccolta di evidenze empiriche attraverso l’osservazione sperimentale, dall’altra, nella formulazione di ipotesi e teorie da sottoporre al vaglio dell’esperimento per testarne l’efficacia. Spesso il metodo richiede anche la ripetibilità e la riproducibilità dei fenomeni osservati da interpretare.

[6] Nelson fondò nel 1924 in Germania un’associazione, la Philosophisch-Politische Akademie, e una scuola sperimentale, chiamata Landeserziehungsheim Walkemuehle (Fucina Operativa d’Istruzione Nazionale), entrambe le cose allo scopo di incoraggiare nella gioventù l’autostima e l’amore per la verità. Sulla scorta del rinnovamento dell’epoca in ambito educativo, entro cui si muovevano pure Maria Montessori, John Dewey, Peter Petersen o Celestin Freinet, Nelson attribuì grossa importanza al riconoscimento dei bisogni e della individualità di bambini e adolescenti, al ruolo dell’apprendimento di tipo attivo, alle abilità sociali e al senso della comunità. A Nelson succedette Heckmann nella conduzione della scuola, per qualche anno, fino alla chiusura imposta dal Nazismo nel 1933. Nelson aveva già indicato la possibilità di adoperare il metodo del dialogo socratico anche con gruppi di adulti, ma solo nel dopoguerra, soprattutto ad opera di Heckmann, la pratica è stata estesa nella maniera in cui oggi la conosciamo.

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