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ESISTENZIALISMO E CONSULENZA FILOSOFICA – di Esper Russo

Io sì, figlio d’amore
tensione creativa, scatto di essere
…trovare, trovarsi, esistere….
Immagine di Io. – G. Russo

 

L’UOMO TRA FINITEZZA E TEMPORALITÀ
L’esistenzialismo, la filosofia della crisi, ha avuto il merito di aver dichiarato fallimentare ogni posizione puramente intellettualistica, è stato un invito alla sincerità, al ritorno all’esperienza, un’esigenza sentita da tutti; una fenomenologia dello spirito che però non può prescindere da una vicenda di vita. Per l’idealismo l’individuo era una stonatura, un’ironia, vanificato nel suo slancio vitale verso un assoluto assolutamente irraggiungibile, uno slancio in pura perdita. Il pianto di un essere che non riusciva ad essere. Il problema della verità gli è estraneo, crisi dell’indagine filosofica, e nella crisi dell’indagine filosofica, l’esistenzialismo ha preso piede. Crisi di ogni fondamento della metafisica, il problema dell’essere non può essere risolto guardando all’essere, perché chi formula la domanda è impegnato lui stesso; la soluzione del problema dell’essere non può prescindere dall’esserci dell’interrogante.

L’esistenza come manifestazione dell’essere a sé stesso è sempre conoscenza dell’essere. Un’ontologia implica un’antropologia. L’uomo non si è posto da sé nel mondo, si trova nel mondo, non ha in sé la ragione del suo esserci; il suo esserci è la ragione del suo esistere. Il modo originario in cui l’uomo è nel mondo, non è il conoscere, come contemplazione di qualche cosa, ma il trovarsi. L’uomo è naturalmente affetto da negatività e non può essere sé stesso se non accettando consapevolmente questa sua finitezza. L’essenza dell’uomo è la temporalità.

L’affermazione della finitezza e delle possibilità umane sono il momento propulsivo della realtà, si uniscono nell’esistenza, nell’ex-sistere, nello star fuori dal modo di progettare il mondo, destino di perenne mutamento e proiezione verso ciò che ancora non è, esposto al rischio del naufragio. Il senso della vita diventa esistenza, può essere mostrato e non dimostrato da una deduzione. Partendo dall’essere-nel-mondo invece che dal dualismo metodologico della scissione soggetto/oggetto si ha la possibilità di comprendere tutte le manifestazioni dell’uomo come appartenenti allo stesso mondo e le differenti strutture percettive e comportamentali come tentativi, anche estremi dell’uomo, di diventare, nonostante tutto, sé stesso.

Situazioni al limite ma emblematiche dell’umanità in quanto tale, parabole delle sue estreme possibilità. Non si ricorre ad una normativa meta-individuale, l’esistenza è libera di manifestarsi come essa è; non si dà una struttura generale dell’essere umano ma ogni essere umano costruisce il significato del suo mondo di cui è responsabile. Per cambiare il proprio comportamento parziale si deve cambiare il proprio essere nel mondo, fare un’altra scelta di sé stessi e dei propri fini. L’uomo non è riducibile ad alcuna concettualizzazione scientifica.

Il tentativo è quello di comprendere la struttura dell’uomo e la sua esperienza in termini umani e non naturalistici, evitando il rischio dell’oggettivazione dell’uomo che rimane soggetto come trascendenza, conservando l’unità persona-mondo. L’esigenza non proviene da quell’incessante inseguimento della causa, da quella regressione all’infinito,costitutiva della ricerca razionale, ma dalla ricerca basata su di una comprensione pre-ontologica della realtà umana e sul rifiuto di considerare l’uomo come analizzabile e come riducibile a dati primitivi e desideri determinati.

I fini ultimi dell’individuo sono valutati con considerazioni generali sulla realtà umana in quanto scelta empirica dei propri fini. I comportamenti studiati non saranno solo i sogni, gli atti mancati, le ossessioni, le nevrosi, ma anche e soprattutto i pensieri di quando si è svegli, gli atti riusciti e adatti, lo stile di vita. Non si cercano le cause ma ciò che rende possibile che queste cause agiscano, una certa visione del mondo all’interno della quale le cose acquistano senso.

Questo ritorno all’uomo ed alla sua esperienza esistenziale è il punto di partenza della consulenza filosofica che si avvicina all’essere umano guardandolo non come una coscienza pura, ma come un essere-con, immerso nel tempo, nella sua dimensione di finitezza, di temporalità, dove la sofferenza, il dolore non sono separati ma sono anch’essi esistenziali, cioè legati imprescindibilmente alla vita, all’esperienza comune, all’esistenza. Da qui la non dimensione clinica o terapeutica della consulenza filosofica che ritiene che non ci sia nulla da guarire, il dolore è esistenziale, pertanto se di terapia si vuol parlare è terapia dell’intelligenza, quella facoltà dell’uomo che dona senso al proprio vivere.

RICERCA E AUTO-COMPRENSIONE CON LA CONSULENZA FILOSOFICA
La consulenza filosofica cerca il criterio di comprensione dell’esistenza stessa, che nel suo modo di vedere e d’indicare il significato delle cose, offre da sé la chiave interpretativa del proprio modo di essere nel mondo. Nel sentirsi, l’uomo si rivela come uno che c’è ma che non domina la situazione che prova angoscia, ma questa angoscia anch’essa esistenziale, non è dovuta ad una causa o colpa personali, perciò guaribili. Questa angoscia ha a che fare col nulla, con un’impossibilità di determinatezza, che non permette guarigione ma capacità di donare senso a tale condizione, capacità di governo della sofferenza, attraverso una giusta misura, un’arte del vivere, un sentimento tragico che dice sì alla vita nonostante la morte. Che io sia non c’è dubbio, ma questo è una grazia o una disgrazia?

L’esistenza autentica è quella della ricerca, della conoscenza del rischio; il possibile è la realtà dell’esistenza umana. La tentazione è quella di diminuire la nostra possibilità di essere di più. La massima tentazione è non tentare, tentazione mortale, quella di evitare tutto e non quella di moltiplicare le possibilità, creare situazioni nuove. Chi apre la finestra per vedere il mondo, si rende conto di sé stesso, in modo diverso di chi, temendo il mondo, non apre la finestra.

La consulenza filosofica è questa apertura di finestra, non si possono chiudere le finestre sul mondo con la pretesa d’insegnare proprio ciò che non si può insegnare. Solo chi resta alla superficie rimane scandalizzato. Affacciarsi sul mondo della rissa per l’esistenza, è partecipare all’esistenza, non alla rissa. Chi partecipa alla rissa è perché la rissa è già in lui, nell’istante stesso che avanza sulla scena della lotta per la vita. Se la mischia vela l’esistenza, noi dobbiamo aprire le finestre per vedere aldilà del velo. Si apre la finestra per aumentare le possibilità, ed è lecito aprire solo per questo.

La filosofia non esita a mettere in questione il mondo nel momento in cui, non è più il dolore l’esperienza comune dell’uomo che provoca la domanda di senso, ma è la mancanza del senso stesso. L’insensatezza che caratterizza l’età della tecnica può essere affrontata con strumenti filosofici. Disciplina del senso e non delle cause. Una vita che soffre per la mancanza di senso, esprime un dolore diverso di cui le sfugge la comprensione, qui la consulenza filosofica può intervenire, invitando alla riflessione su di essa, agevolandone un processo di chiarificazione con l’esercizio della domanda per recuperare uno spazio per pensare il senso della vita. Il compito filosofico, se vuole rimanere fedele alla sua vocazione originaria, deve partire dalla consapevolezza di essere in controtendenza rispetto allo spirito del tempo.

INTEGRAZIONE E PLURALISMO DEI SAPERI
Paradosso: chi vuole unire opera una divisione, si oppone alla tendenza collettiva. Compito delicato: integrare, rivedere, riformulare le antiche vie di senso, all’insegna di un ecumenismo dei diversi campi della cultura, quale funzione di unificazione, raccordo, dialogo e comunicazione tra i saperi, indicando una pluralità di vie con profonda tolleranza e rispetto della dignità ed espressioni altrui, offrendo un orientamento alla società, all’intelligenza e all’anima dell’uomo.

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