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FILOSOFIA: FACCENDA EROTICA. – di Tommaso Fagioli

L’infinito, il sacro, la meraviglia, l’inquietante sono, sin dal principio, i temi e le emozioni del pensiero che pensa se stesso, su se stesso, oltre se stesso. L’ origine della filosofia è tutta in questo evento: una interrogazione radicale sul proprio fondamento, sulla propria essenza o sull’essenza della verità. Il pensiero che si auto-fonda. Il pensiero che (si) interroga. Una interrogazione appassionata: perché la filosofia è rapporto erotico con la verità [alétheia], la ama, la desidera, la sfiora senza mai possederla. L’afferra e la perde. Cerca e rincorre le sue manifestazioni, le sue forme, le sue trasformazioni. Ne narra la storia, ne canta la lontanaza, ne attende i messaggi. La filosofia ama l’attesa e soggiorna nella domanda – anche la più radicale. La filosofia è pensiero che rischia e si arrischia di continuo, che non cerca propriamente risposte, ma segnali. Che intraprende vie note e sicure per sentieri sconosciuti e pericolosi. È nomade, ma ovunque a casa.

La struttura originaria della filosofia è uno “sciogliere gli enigmi”, un “diluire i problemi”, ma non tanto nel senso di semplificarne il senso, di generalizzarlo, di porlo sotto controllo bensì con l’intento di allargare gli orizzonti e di inaugurare scenari impensati. Non si può ridurre la filosofia a un’attività semplicemente razionale perché essa è principalmente dialogo con la follia, con la violenza del sacro che abita il sottofondo del pensiero – l’indeterminato dal quale scaturisce ogni determinazione. In questo senso la “razionalità” non coincide con il “pensiero” ma ne rappresenta solo un mezzo, una manifestazione – altresì indispensabile e necessaria alla vita. La ragione non coincide con il libero esercizio del pensiero, la cui natura è originariamente filosofica, gli scenari, inesauribili, il domandare, infinito. La ragione è un sistema di regole necessarie a tenere a bada la follia che la abita, vettori, assi di orientamento, visioni anticipanti [tà mathémata], argini in grado di contenere l’eccedenza di significato del linguaggio in gioco con la manifestazione della “verità”, la quale (si) disvela e erompe – a volte con tale violenza – che, non il rigore della scienza, ma solo la forza del simbolo è in grado di tenere-assieme [syn-ballein].

Vi è una tradizione di pensiero che indica la filosofia come l’evento “occidentale” par excellence: un tratto che distingue questa civiltà da tutte le altre. C’è qualcosa di vero in questa affermazione, ma in un senso ambivalente e inatteso. È questa una tradizione che ha concepito la filosofia come “salvezza nella razionalità”, come “salvezza nel Logos”, ma è anche la stessa tradizione che è arrivata ad intendere questo stesso significato salvifico come sintomo di décadence rispetto al suo antecedente tragico. Di questa conseguenza si è fatto carico Nietzsche nella sua requisitoria anti-socratica del “Crepuscolo degli idoli”. Nietzsche ha visto lucidamente l’intima necessità che collega l’atteggiamento di Socrate alla forma dialettica del pensiero: a quel procedere che, scomponendo i termini del linguaggio [diairesis], scende di grado in grado, come una sonda, fin negli intimi recessi del “discorso”, per attingere ai nuclei di inconfutabile “evidenza” – dunque di “verità” – che giacciono depositati sui fondali del senso. Eppure sono fondali mobili e pieni di crepe.

Su questa falsariga, l’Occidente, ovvero la “terra del tramonto”, è inteso come il luogo in cui il “senso” è destinato a collassare, i valori a morire e a trasvalutarsi, dove il “logos” del divenire immemore, eternamente ritorna, e spazza via quello dell’”essere” e della “storia”.: l’età della tecnica, del nichilismo, della fine della storia, del crepuscolo degli idoli, degli dei che fuggono. L’età del dio che muore (“Gott ist todt”). E proprio qui, nella capitolazione delle religioni storiche e nella fine delle ideologie, come loro versione secolarizzta, si insidia forse il rischio più alto, perché crollano gli argini che contengono il rapporto con il sacro, il luogo dove si mescola la violenza e la sessualità più sregolata, dove tutti i significati si mescolano nella con-fusione più totale: l’indifferenziato. Succede allora che quando le religioni abdicano a questa funzione di contenimento dell’indifferenziato, del sacro,  ognuno di noi deve farci i conti privatamente in una condizione di costante insicurezza, in quelle forme di grave o leggera follia nella quale mano a mano collassa il senso della vita, nella sua impossibilità di esprimersi in una biografia in grado di riscattarla. Questa condizione è oggi emotivamente condivisa il cui nome-contenitore clinico è: “depressione” – macchina insidiosissima e perniciosissima – madre di tutte le patologie.

Eppure, in questo scenario, la filosofia appare come forme privilegiata di riscatto, non tanto come salvezza, rimedio o redenzione, ma come forma suprema del pensiero, appassionata espressione della psiche [ψυχή] , “messaggera” in grado di ristabilire il rapporto con il sacro di cui, del resto, non possiamo fare a meno. Filosofia come quella disposizione a interpretare e veicolare i segnali del sacro, che ne contiene l’esuberanza. La filosofia – nell cosidetta “età della tecnica” – non muore, ma è invitata a pensare. Ancora una volta. Radicalmente. Si può dire che qualsiasi interrogazione radicale è filosofica poiché riconduce alle questioni fondamentali dell’essenza e dell’esistenza. Ovvero si interroga intorno alla natura dell’essere che entrambe le comprende senza ridursi ad esse [οντολογία], si interrgoa sulla visione del mondo presupposta ad ogni possibile determinazione conseguente. Ecco, di nuovo, perché la filosofia è suprema attività del pensiero, nel suo strenuo tentativo di risalire (oltre) le proprie condizioni di possibilità. La storia della filosofia è sterminata testimonianza di questi tentativi: espressione tipica e commovente della soggettività occidentale attraverso le epoche.

Libera attività, ma pur sempre rigorosa nell’applicazione del suo metodo, nella creazione dei suoi concetti, nel dispiegamento dei suoi scenari, la filosofia è autenticamente tale nella sua capacità di pro-durre discorsi, di pro-vocare il linguaggio, di impegnarlo oltre le sue abituali procedure. Anche oltre le proprie convezioni, perché sa bene che “il linguaggio avrebbe potuto localizzare articolazioni diverse, che esso avrebbe potuto sezionare il mondo in un altro modo” (Kuhn). La filosofia infatti dis-loca e apre nuove connessioni tra le cose. Trasporta significati in diversi orizzonti [μεταφορέ = lat. metaphérō, “io trasporto”]. È disciplina in grado di sostare nel piano di immanenza che essa stessa dispiega fino al punto di liberare l’atto linguistico originario, creativo, che ne ha predeterminato forma, significato, modalità, esiti, storia. La filosofia ha il coraggio di risalire ai presupposti di ogni ordine discorsivo (scientifico, antropologico, psicologico, sociologico, esistenziale…), perché non teme di radicalizzarne le questioni al punto tale da far tralucere il piano della vita [Lebenswelt] da cui esse scaturiscono – fino a farle coincidere con essa.

In questo senso filosofia è pensiero, pensiero-pratico, in quanto cura dell’esistenza nella sua progettualità – che è poi l’autentica possibilità in cui può esprimersi la vita umana. Questa epoca chiede alla filosofia un pensare creativo – o poetante [dichtendes-Denken] come diceva Heidegger riferendosi ad Hölderlin –  in grado di trascendere l’angosciosa fatticità del presente che oggi si manifesta nella forma dell’impianto [Gestell] tecnico-scientifico. Un impianto (che molti a torto o a ragione identificano con il sistema tardo-capitalistico) che domina l’esistenza, perché là dove essa è pre-determinata in tutte le sue possibilità, dove non riesce più a slanciarsi verso il singolare progetto del proprio futuro, la vita è presa sotto scacco, si adatta, e non scorre più. Se la possibilità di trascendersi rimane ancorata alla presenza, per di più percepita come ostile, vuota, insensata, apparentemente insormontabile, non vi è modo di riscattarsi e la cosiddetta “normalità dei giorni” diviene facilmente “patologia”. Tanto più insopportabile e insidiosa, quanto più rimossa, dimenticata, inevasa.

Ebbene, alla filosofia viene chiesta la possibilità di una più profonda comprensione dell’esperienza in via del suo allargamento e della sua trasformazione: che le cose da incombenti diventino invitanti, da angoscianti, allettanti. E quando insensate, enigmatiche, ingiustificate, assurde e terribili, almeno riscattabili da quello piccola scintilla di senso, quel debole messaggio, che la filosofia è in grado di inoltrare anche nella più buia di tutte le notti. Questo è un “servizio” che la filosofia può offrire perché è alla sua portata. Altrimenti è esercizio di morte e non pratica di vita, atto d’amore solo verso se stessi e non verso l’esistenza. Come ben suggeriscono le parole di Umberto Galimberti:

E se “filo-sofia” non volesse dire “amore della saggezza” ma “saggezza dell’amore”, così come “teologia” vuol dire discorso su Dio e non parola di Dio, o come “metrologia” vuol dire scienza delle misure e non misura della scienza? Perché per filosofia questa inversione nella successione delle parole? Perché in Occidente la filosofia si è strutturata come una logica che formalizza il reale, sottraendosi al mondo della vita, per rinchiudersi nelle università dove, tra iniziati si trasmette da maestro a discepolo un sapere che non ha nessun impatto sull’esistenza e sul modo di condurla? Sarà per questo che da Platone, che indica come condotta filosofica “l’esercizio di morte”, ad Heidegger, che tanto insiste sull’essere-per-la-morte, i filosofi si sono innamorati più del saper morire che del saper vivere?

È bene allora che la filosofia si riavvicini alla vita. Anzi, che ritorni nella piazza – dove è nata – affinché risponda all’appello che le viene rivolto.

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