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FILOSOFIA IN CARCERE #2: CONSIDERAZIONI. – di Stefano Salvago

Quando la vita si arresta. Cosa può fare la filosofia?
Come una sorgente inesauribile che sgorga dalle profondità rocciose, la filosofia alimenta ed ha alimentato il fiume della Vita e delle vite nel loro millenario fluire. Ma, per restare in metafora, non è sufficiente chinarsi nella polla per berne il liquore, è necessario immergersi nell’acqua e scorrere con il suo corso, attraverso le vite che alimenta. Forse questa immagine riesce a far comprendere meglio il significato della pratica filosofica nella sua funzione di incarnare la filosofia stessa nel corpo vivo dell’uomo ed è con questa sfida che ci cimentiamo quando attraversiamo i pesanti portoni del carcere per incontrare i detenuti.

Noi riteniamo che, nelle situazioni esistenziali di disagio, quale quella che accompagna lo stato detentivo, negli individui si instaura una condizione di sofferenza interiore dominata da un vero e proprio “blocco cognitivo” che impedisce l’emersione dallo stato di sofferenza precludendo visioni alternative, impedendo l’immaginazione di possibilità di vita differenti inquadrate in prospettive esistenziali nuove. La difficoltà della vita attuale è tale che riesce a scorgere una sola direzione ed una sola strada senza possibilità.

Causa di questo blocco è il vincolo che tiene gli individui legati alla situazione attuale, spesso dolorosa, attraverso legami che affondano le radici nella storia personale, nella propria cultura, nel proprio percorso di vita, nel sistema di relazioni sociali ed affettive, e questo vincolo diviene indissolubile poiché, sul piano cognitivo e immaginale, impedisce la costruzione di prospettive alternative. Quello che impedisce la funzionalità della conoscenza immaginale è proprio l’immersione totale nella realtà attuale e concreta che, come dicevo, ne ostacola non solo l’esperimento, ma la stessa percezione, la capacità di intuizione intellettiva.

La filosofia come pratica incoercibile.
La filosofia praticata agisce come forza propulsiva in situazioni di disagio come quella carceraria dove il “blocco esistenziale” subisce l’effetto moltiplicatore della costrizione fisica e sociale, congelando le risorse che permettono di (ri)orientarsi nella vita.

La pratica filosofica rompe il legami cogenti con l’attualità ed apre un mondo diverso che permette di ricercare, conoscere, immaginare, esplorare risorse differenti e nuove valorizzando la capacità di riflessione filosofica di ciascun individuo. Quella che noi pratichiamo è la riflessione filosofica agìta utilizzando lo strumento della ludosofia, nell’ambito di un progetto pluriennale presso un istituto di pena realizzato e progettato dall’Associazione Ludosofica Italiana[1]. Questo strumento permette di partire da una situazione ludica realizzata dal gruppo per sentire, primariamente, e elaborare attraverso il dialogo e la riflessione, lei idee che fluiscono nel Gruppo dal sé e dalla comunità.

L’attività non è mai astrattamente speculativa o di ricerca teorica, ma è immersa in una dimensione giocosa ed immaginale. Il gioco costruisce una realtà nuova ed accidentale dalla quale induttivamente ciascun partecipante prende avvio, nella propria intimità, per ricostruire una individualità unitaria nella quale si può riconoscere ed alla quale aderire, utilizzando le acquisizioni dello spazio ludico per l’attivazione di risorse personali e visioni da riutilizzare nella vita reale. In tal modo lo spazio ludico trasforma la realtà accidentale in realtà essenziale

Questo è un lavoro, per così dire, di semina nella “anime” dei partecipanti, di stimolo sulle loro capacità riflessive, cognitive ed immaginali che continua a lavorare nell’intimità ed è teso a favorire la (ri)costruzione di visioni del mondo singole e personali.

Noi non chiediamo e non sappiamo quali reati abbiano compiuto gli utenti dei gruppi né interveniamo con la discussione direttamente sui fatti che li hanno condotti alla stato di detenzione, oggetto di elaborazione sono la dimensione esistenziale e le competenze interiori delle persone. Non viene intrapresa nessuna azione direttamente pedagogica o rieducativa, l’effetto educativo è indiretto ed autogeno.

L’ambiente penitenziario vive di un disagio specifico. Oltre alla evidente difficoltà di essere privati della libertà di movimento e di relazione, i detenuti sono bloccati, all’interno delle mura del carcere, in un pensiero mono-tono: quando uscire. E’ l’argomento fondamentale di discussione […] e rappresenta il limite temporale che annebbia la visione di senso degli uomini incarcerati. Diventano personaggi bloccati, reclusi due volte, senza la possibilità di guardare al fuori come luogo di rinascita, di rigenerazione ma solamente come ad un fuori, al massimo come luogo di vendetta.

Tra le mura dei penitenziari si instaura una chiusura totale dello spazio di riflessione ed elaborazione personale. Il detenuto comune è sempre “innocente”, si trova in una situazione nella quale è stato costretto ingiustamente, ingiustamente poiché non ha commesso il fatto, perché il Fato lo ha penalizzato, perché era necessitato (da componenti culturali, affettive, esistenziali) a compiere quelle azioni che lo hanno portato alla condanna. In questo sistema di pensiero esistono solamente due dimensioni, il dentro ed il fuori, e la sola prospettiva positiva è il fuori, non un fuori di rinascita e rigenerazione, ma un fuori vissuto come semplice negazione della reclusione e valido in quanto pura negazione dello stato attuale. Questo preclude evidentemente la possibilità di una elaborazione esistenziale.

Situazioni, paradossi e contraddizioni nella detenzione.
Caratteristica della situazione del pregiudicato-detenuto è il Blocco nel proprio Ruolo. Èbloccato nella misura in cui la sua persona non è più espressione della propria individualità percepita autonomamente, ma dal giudizio che già imposto l’autorità giudiziaria, gli altri, quelli fuori, che lo vedono solamente come un “condannato”. Sul fronte della struttura sociale della prigione la condanna viene trasvalutata in valore, lo connota all’interno della struttura gerarchica dell’ambiente sociale carcerario assegnandogli uno status sociale nel quale deve riconoscersi, rafforzando la propria identità criminale..

A questo “Blocco nel Ruolo” si affianca un altro elemento di elevata criticità, il Tempo Espropriato. Il Tempo della detenzione non è un tempo vuoto da riempire, come si immagina dall’esterno, ma è un tempo pieno, pieno di impegni, chiamate da parte dei vigilatori, degli educatori, delle attività “rieducative”, dei magistrati, dei colloqui, e così via. In qualsiasi momento si può affacciare alla stanza di detenzione un agente di custodia e sottrarti alle tue attività per condurti in luoghi non tuoi, in qualsiasi momento può intervenire un trasferimento, una nuova udienza. In questo senso il tempo, però, non è solo scarso, ma è soprattutto un tempo non posseduto, non è un tempo a disposizione dell’individuo ma un tempo esogeno, scandito da altri ed in una convivenza forzosa che ne limita lo spazio di distensione.

«Il tempo è tutto occupato, scandito, eterno, spezzettato. Il tempo, ogni ora, ogni secondo è pura e miserabile dissipazione».[2] (A.Sofri, Intervista)

Altro elemento di criticità è quello che abbiamo definito il Paradosso del pensiero recluso. Il pensiero è per sua essenza libero, libero di dispiegarsi o di riflettersi, di elaborare e immaginare. Il pensiero in carcere è invece anch’esso detenuto, detenuto tra il ricordo di una esistenza felice e le dinamiche attuali che lo costringono a confrontarsi con situazioni di relazione violente (anche se raramente agite), di sottomissione che lo costringe a ritrarsi nel banale, nella superficialità dell’apparenza, nell’assenza di pensiero. Il pensiero si riduce a pensiero adattivo, senza creatività.

Immaginazione e pensiero attivo attraverso la filosofia.
La pratica filosofica interviene attraverso la riflessione con la funzione di sbloccare il pensiero aprendolo a possibilità differenti e liberando le riflessione su di sé; di liberare il tempo, ritagliando, all’interno delle dinamiche operative della struttura carceraria, un spazio riservato a sé stessi, in uno spazio che può essere fecondo e alimentare una prospettiva rivolta al futuro; sciogliere il paradosso del pensiero liberarando le menti e riattivando i processi fondativi della propria dimensione esistenziale.

Forse nella desertificazione dell’intelletto che agisce dentro le mura carcerarie la filosofia divenuta pratica filosofica può dischiudere nuove prospettive per un rinnovamento esistenziale che spezzi il ciclo perverso reato-detenzione-reato che rinchiude gli individui in un fato inesorabile.

[1] A.L.I. è una associazione che ha come scopo la ricerca e la pratica del gioco come momento di elaborazione filosofica. Per un approfondimento si legga il testo Ludosofia scritto dalla presidentessa e fondatrice dell’associazione Arcangela Miceli. Per maggiori informazioni si acceda al sito https://www.associazioneludosoficaitaliana.com/

[2] M. Feltri, Il prigioniero Adriano Sofri, da Il Foglio, gennaio 2002

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