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FILOSOFIA IN CARCERE #1: DIARIO DI BORDO. – di Valentina Napolitano

In ogni uomo vi è qualcosa di sacro.
Ma non è la sua persona.
E neppure la persona umana.
È semplicemente lui, quell’uomo.
Simone Weil

 

 

Introduzione.
Varcare la soglia di un carcere mette inquietudine. Ci si sente a disagio, fuori luogo. Si avverte un forte senso di estraneità e di distanza, forse a causa di tutti quegli intralci spaziali e visivi, (grate, sbarre, reticolati, spioncini) che limitano lo sguardo prima ancora che il contatto fra chi si trova da una parte e chi dall’altra delle inferriate. Si percepisce fortissima e netta la distanza fra un dentro e un fuori, tra lo spazio pubblico e lo spazio privato, fra la “storia” ufficiale e quella individuale. È il luogo in cui tutte le contraddizioni e le assurdità del mondo in cui viviamo si concentrano e si autoalimentano. È un nonluogo [1]. Si sottrae allo sguardo. Nonostante si tratti in genere di strutture enormi, godono della prerogativa dell’invisibilità. Quasi non si volesse vedere, quasi si preferisse non sapere cosa si consuma dentro quelle mura. Credo che l’imbarazzo, il disappunto, il fastidio siano duplici e complementari: da una parte il sapere che uomini e donne come noi, come le persone che conosciamo e incontriamo tutti i giorni, per un motivo che in quel momento ci è estraneo, hanno commesso un “reato”, hanno oltrepassato la soglia che divide il lecito dall’illecito, si sono trovate in una condizione esistenziale che li ha condotti ad agire nei termini di un’azione illegale e dannosa per la società, per gli altri individui e per la comunità. Perché? Per disperazione forse, per leggerezza, per pazzia, per odio, rabbia, gelosia, bisogno, perché magari ci si è trovati coinvolti malgrado le proprie intenzioni. Non so, i motivi sono numerosi, le ragioni apparentemente inspiegabili. Dall’altra c’è la consapevolezza che ad abitare quei luoghi chiusi al mondo da mura altissime, reticolati e inferriate, controllati da guardie all’interno e all’esterno, ci siano individui privati della loro libertà. Non ci si rende conto di cosa sia effettivamente la libertà se non quando se ne viene deprivati. È il pensarsi come persona che può, è il percepirsi come corpo che si muove nello spazio, è lo svincolarsi dall’odioso iter del chiedere permessi per tutto: per me, donna giuridicamente libera, immaginare che una prerogativa quasi ovvia della condizione umana, come quella della libertà che si sperimenta nella vita di tutti i giorni, divenga un privilegio è davvero faticoso anche solo da immaginare.

E poi c’è quella vaga idea per cui la struttura carceraria sia qualcosa di inutile di cui però, allo stesso tempo non si può fare a meno. Inutile perché, come molte ricerche hanno dimostrato, il carcere non realizza gli obiettivi che si prefigge (rieducazione, prevenzione, difesa sociale) se non in minima parte; necessario perché tiene al riparo la società da individui pericolosi o potenzialmente tali e, allo stesso tempo la tutela, punendo chi ha violato le regole della collettività. E ancora: se una persona viene punita è perché ha commesso un atto illecito, una violenza o un delitto che ha creato delle conseguenze gravi in chi lo ha subito. Se fossi io a trovarmi nella condizione di chi subisce, come mi comporterei, come mi sentirei? O se all’inverso, fossi io a trovarmi nella condizione di chi si sente costretto a compiere un reato, come reagirei?

La sensazione più forte con la quale mi sono confrontata varcando la soglia della Casa Circondariale di Terni, è stata proprio la percezione dell’ambiguità, come se ci si muovesse fra due opposti. Il silenzio e il rumore; l’eccessiva visibilità a cui sono sottoposti i detenuti all’interno delle carceri e l’assoluta invisibilità all’esterno; una struttura grande, in cui lo sguardo si perde nella lunghezza dei corridoi e all’opposto, la ristrettezza, l’esiguità delle celle in cui lo sguardo non ha orizzonte; un tempo potenzialmente infinito, e la mancanza di un tempo “libero”. «Il tempo è tutto occupato, scandito, eterno, spezzettato. Il tempo, ogni ora, ogni secondo è pura e miserabile dissipazione».[2]

 

Il progetto “Scarceriamo il Pensiero”.
In carcere siamo andati per portare la filosofia, anzi meglio la ludosofia, un modo per fare la filosofia praticamente. «Se la filosofia si occupa di questioni estreme, che riguardano i perché, il senso e il non senso della vita e delle relazioni tra gli uomini, allora è sui luoghi estremi che la si deve portare perché risponda del suo sapere. Ai confini della città e della normalità, dove le parole mancano, si sentono e non si sanno dire, quando si masticano senza pronunciarle e chiudono la bocca invece di aprirla. Esporla al limite, dove il sapere e il suo diritto inciampano e si arrendono. I confini di una città sono gli ospedali, gli asili, le carceri, i confini interni. Luoghi di attese».[3]

Siamo andati animati da un grande entusiasmo, e io da tante sensazioni contrastanti: siamo andati io, il mio collega Stefano Salvago, il nostro tutor Domenico, e la nostra supervisore e ideatrice dei giochi, Arcangela.

Abbiamo portato un percorso ludosofico di gruppo, articolato in 10 incontri a scadenza settimanale che si ricollegava idealmente ad un percorso proposto l’anno precedente e del quale abbiamo mantenuto il titolo, “Scarceriamo il pensiero”.

Al primo e all’ultimo incontro eravamo tutti presenti, negli altri ci siamo alternati io e Stefano Salvago, affiancati dalla presenza costante del nostro tutor. Gli incontri sono iniziati a marzo e si sono conclusi nella prima settimana di maggio. La preparazione e la scelta dei giochi da proporre è stata lunga ed estremamente accurata. Nelle settimane precedenti, il lavoro è stato incessante. Innanzi tutto è stata individuata una struttura da dare all’intero percorso che ci ha permesso di suddividerlo in tre momenti differenti: la percezione del sé, l’incontro con l’altro, l’apertura al mondo e, quindi di scegliere tre giochi ludosofici per ogni ambito, per un totale di nove. La scelta e l’adattamento dei giochi da proporre è stata una questione sulla quale ci siamo interrogati e confrontati parecchio.

L’ambito nel quale ci presentavamo, aveva delle caratteristiche diverse da quelle che normalmente si trovano nei contesti in cui si portano percorsi di gruppo, quali ad esempio le scuole e, nel mio caso la comunità. Il carcere è un sistema alieno: non è dato sapere ciò che succede al suo interno dove vige un codice di regole non scritto a cui i detenuti devono attenersi, dove la violenza e la sopraffazione sono la norma e la normalità.

Non sapevamo chi avrebbe partecipato ai nostri gruppi, non sapevamo di quale fardello fossero gravati, di quali ingiustizie si sentissero vittime, quali situazioni affettive, famigliari o sociali, fossero stati costretti a lasciare fuori, al mondo. Andando indietro con il pensiero, mi sembra quasi che fra di noi ci fosse stato un accordo silenzioso (che andava oltre la scrupolosità nella scelta dei giochi da proporre, in cui è stata messa tutta la nostra attenzione per evitare di sollevare questioni spinose): quello di usare tutta la delicatezza possibile, quello di prendersi in qualche modo cura delle persone con le quali ci trovavamo a confrontarci, quello di usare un’attenzione e una gentilezza nei loro confronti a cui l’ambiente carcerario li aveva probabilmente disabituati. «Spesso il pensiero si volge a cose o eventi insignificanti della vita precedente, quasi trasfigurati nel mesto ricordo. Distolta dall’ambiente e dal mondo attuale, volta indietro al passato, la vita interiore acquista un’impronta speciale. […] sono […] i particolari, ridicoli in apparenza che il prigioniero accarezza, ricordando il passato. E qualche volta, il doloroso ricordo di queste piccole cose, lo commuove fino alle lacrime».[4] E la pratica filosofica scelta, la ludosofia appunto, basandosi su un metodo induttivo, fa scaturire la riflessione proprio dai piccoli aspetti della vita, banali o insignificanti, “ridicoli in apparenza”.

 

Gli incontri.
Quando torno con il pensiero al primo incontro avvenuto in carcere, un particolare mi torna alla mente, come fosse diventato per me l’emblema del carcere stesso: il rumore dei nostri passi nei corridoi apparentemente vuoti e silenziosi, il risuonare e rimbombare in uno spazio che non era vuoto se non nel silenzio che lo avvolgeva. E il rumore dei tanti cancelli che si aprono per lasciarci passare, e si chiudono immediatamente dopo, dietro alle nostre spalle. Quanti cancelli? Non lo so, non li ho contati. Ed ora il non aver prestato attenzione a questo particolare, il non sapere quanti cancelli si aprivano e si chiudevano, mi pesa. Mi sembra quasi una mancanza di attenzione e di riguardo che ho trascurato di usare, nel momento in cui mi sono trovata a varcare la soglia di un ambiente reso quasi “sacro” dalla sofferenza, dalla violenza, dalla disperazione.

Gli iscritti al nostro percorso ludosofico erano 14 detenuti, provenienti da diversi bracci. La partecipazione non è stata mai di tutti contemporaneamente, anzi qualcuno non è mai venuto. Gli assidui si limitavano ad un gruppo di 4/6 “ospiti”. La durata degli incontri era di due ore, ma nella concretezza, non siamo mai riusciti a svolgere gli incontri per più di un’ora e mezza, a causa spesso dei ritardi dei detenuti che dovevano aspettare di essere accompagnati dalle guardie, o delle interruzioni dovute a visite mediche, colloqui con gli avvocati, pratiche religiose. Il gruppo era estremamente eterogeneo, andando da persone con un livello culturale alto, a persone con meno erudizione, e ad altre straniere e quindi, a prescindere dalla loro formazione, con difficoltà legate alla comprensione della lingua e alla possibilità di usarla per esprimere il loro sentire. Tra di loro non tutti si conoscevano, se non a coppie, perché compagni di cella. I giorni precedenti il primo incontro, avevamo provveduto a far avere alle educatrici, che hanno permesso la realizzazione del nostro progetto, la locandina del primo appuntamento, nella quale era indicato il tema dell’incontro stesso, il luogo, l’orario, e un’immagine. Era nostra cura portare ogni volta la locandina per la settimana successiva, per creare da una parte aspettativa e curiosità, e dall’altra una sorta di “ponte” che accompagnasse i nostri ospiti per tutta la settimana. Per lo stesso motivo, avevamo preso l’abitudine di lasciare degli “inviti”, dei biglietti cioè, in cui veniva ripresa l’immagine della locandina, con l’indicazione del titolo e della data.

Il primo gioco che abbiamo scelto, è stato quello dei nomignoli. Questo gioco ci ha permesso di conoscere i partecipanti del gruppo, e di presentarci, facendoci conoscere. Alcuni avevano partecipato al percorso dell’anno precedente, altri era la prima volta che si cimentavano in qualcosa che avesse attinenza con la filosofia. La nostra presentazione ha naturalmente incluso una breve spiegazione riguardo la pratica che stavamo proponendo, la modalità, e gli scopi, se scopo può essere considerato imparare a liberare il pensiero attraverso l’immaginazione, la fantasia e il gioco.

Il primo impatto con la ludosofia è sempre un po’ spiazzante. Non ci si aspetta di dover e poter mollare il controllo razionale, di essere autorizzati a dire la prima cosa che ci viene in mente, relativa naturalmente all’ambito del gioco, non è così scontato esser capaci di non intellettualizzare per lasciar andare il ricordo e l’immaginazione. Qualcuno si lascia sedurre subito da questa nuova possibilità, qualcun altro non cede alle lusinghe del gioco, altri con circospezione, hanno bisogno prima di capire. Abbiamo consegnato dei cartoncini colorati, sui quali ognuno doveva scrivere il proprio nomignolo, e poi condividerlo con il gruppo, specificando da chi si veniva chiamati così. La richiesta era quella di circoscrivere il più possibile, e di raccontare un episodio specifico che sovveniva nel momento in cui si ripensava al proprio nomignolo. Non è stato sempre semplice. Qualcuno è riuscito a soddisfare subito la richiesta, altri hanno avuto bisogno di spiegazioni più particolareggiate, con qualcun altro è stato faticoso arrivare a circoscrivere nel tempo e nello spazio, soprattutto per i limiti di cui ho parlato sopra, legati alla lingua. Tutti però hanno partecipato, tutti hanno collaborato, tutti si sono lasciati andare allo spirito del gioco, con delle restituzioni interessanti e puntuali, e chiedendo spiegazioni ulteriori a chi condivideva il proprio ricordo.

Durante il primo incontro il mio ruolo e quello del mio collega Stefano, è stato più di osservazione e di partecipazione, non certo di conduzione. Il gruppo è stato condotto da noi, con la supervisione del nostro tutor, dal secondo incontro in poi, dove ci siamo alternati nella presenza e nel ruolo di facilitatori.

Il primo gioco condotto da me, è stato quello dal titolo “Il mio daimon”. Inizialmente ho avvertito qualche resistenza da parte del gruppo nei miei confronti. L’ho attribuito ad una mera questione di genere. Probabilmente un gruppo formato da 7/8 detenuti maschi, poteva avere delle difficoltà ad affidarsi ad una donna nell’essere guidati all’esplorazione di se stessi, forse anche per semplice pudore. Fino a quando mi sono limitata ad esporre il pre-testo filosofico che preludeva al gioco, le difese erano minime, quando si è trattato di iniziare a giocare sul serio, le difficoltà sono aumentate. Per fortuna che c’era la ludosofia con me, che mi ha permesso di giocare nel gioco, di condurre e lasciare andare, di puntualizzare, circoscrivere e allo stesso tempo permettere di vagare per un immaginale prima poco famigliare. Ho capito che la loro difficoltà era in qualche modo speculare alla mia, al mio timore di non essere all’altezza. Ho accolto il mio e il loro disagio, e ho cercato di includerlo nel gioco, almeno nell’intenzione. Così ho fatto tutte le volte che per motivi esterni, il gioco nella pratica di gruppo poteva risentirne. Penso alle interruzioni che spesso si verificavano nelle ore a nostra disposizione, penso ai ritardi, penso alla conclusione affrettata di un incontro per un colloquio inaspettato. Ma del resto, i detenuti non possono disporre del loro tempo, non possono rimandare ad un altro momento un colloquio con l’avvocato col prete o col medico, non possono scegliere.

Una difficoltà che ho percepito nella conduzione del gruppo è stata quella relativa al gruppo stesso. In una pratica filosofica di questo tipo, normalmente il gruppo diventa un facilitatore, diventa una ulteriore possibilità per guardarsi attraverso di esso e a partire da esso. In questa particolare situazione ho avvertito una certa fatica nel percepirsi come parte di un tutto, e credo sia comprensibile. Ho immaginato che ognuno di loro, concluse le nostre due ore settimanali, dovesse reinserirsi nel suo ambiente, dovesse recuperare all’istante la sua “postura”, dovesse continuare ad essere ciò per cui era conosciuto, fedele alla propria immagine. Poteva non essere molto funzionale alla sopravvivenza in carcere mostrarsi troppo fantasioso o infantile. Naturalmente non mi riferisco a tutti i nostri ospiti, ci sono state alcune piacevoli eccezioni. Anche qui il gioco mi è venuto in aiuto. Ripenso a questo momento con grande commozione, perché ho potuto constatare direttamente come sia vero che il gioco permette di riattivare il dialogo interiore, contribuendo a liberare la creatività e di conseguenza a fidarsi di se stessi e delle proprie risorse, oltre alla propria capacità di giocare. E il gruppo ne ha giovato. Mi riferisco al gioco “Il mito di Estia”, in cui dovevamo immaginare di costituire un villaggio.

Ognuno si è attribuito un ruolo, un nome, e delle particolarità fisiche e caratteriali per agire in una comunità immaginaria. Inizialmente c’è stato l’ascolto attento e interessato di tutti ai diversi personaggi, e dopo si è passati all’organizzazione vera e propria per la costruzione del villaggio e per fronteggiare determinate situazioni che si presentavano via via che il racconto collettivo, a cui tutti hanno partecipato e contribuito, prendeva vita. Ogni personaggio scelto ha avuto qualcosa da dire in più o di meglio al suo alter ego reale, e l’aspetto per me sorprendente perché inaspettato, è stato che tra di loro, con estrema delicatezza ed umanità, sono stati in grado di cogliere questi elementi e di restituirli all’intero gruppo. E poi abbiamo giocato, hanno chiesto anche a me di partecipare, e ci siamo divertiti. Ci sono stati dei momenti che hanno richiesto un’attenta mediazione, in linea generale però il gruppo ha risolto da solo i momenti di tensione che si sono presentati. Non riuscivo a concludere il gioco, c’era sempre un elemento nuovo e importantissimo da aggiungere, e infatti siamo arrivati alla fine del tempo a nostra disposizione che ancora c’era qualcosa da dire. Non potevamo “rubare” neanche cinque minuti in più, ho chiesto quindi a ognuno di loro di concludere da soli, che poi ci saremmo confrontati all’incontro successivo.

Il gioco di quella mattina è stato molto intenso, non c’erano più resistenze nei miei confronti, forse anche per la natura stessa di quel gioco, per cui mi si poteva riconoscere in qualche modo e in quanto donna, il ruolo di custode del focolare domestico. In quell’aula scolastica, all’interno di un carcere, con me e insieme a me c’erano degli uomini liberi, liberi nell’immaginare, liberi di pensare, liberi nel creare e costruire un mondo ideale a loro somiglianza. Non erano più dei detenuti della Casa Circondariale di Terni.

Andare via quel giorno, lo ricordo molto bene, è stato particolarmente pesante. Il rumore dei passi nei corridoi era assordante, il rumore dei cancelli che si aprivano e si chiudevano era insopportabile, così come insostenibile era il loro salutarci sorridendo man mano che noi ci allontanavamo, per tornare alla nostra vita di fuori.

 

Considerazioni di Daniele, un detenuto partecipante.
Bene, il viaggio è finito!

Questo corso è stato come un viaggio o meglio, per essere più precisi, come una crociera.

I giorni di incontro hanno rappresentato per me i diversi porti che abbiamo toccato con relative immancabili escursioni, i giorni di intervallo fra i diversi incontri sono stati giorni di navigazione.

In questa crociera siamo stati guidati e accompagnati da volontari che hanno assunto diversi ruoli, da compagni di viaggio, a consiglieri, a guide esperte.

Qual era l’obiettivo dell’escursione? La scoperta.

Non di una meta turistica, ma di una parte inesplorata di noi stessi.

Sono sicuro che tutti i viaggiatori hanno provato almeno una volta il piacere, la soddisfazione, la sorpresa di scoprire qualcosa di nuovo su di sé.

A volte si ha la presunzione di conoscersi bene a fondo (come una canzone, una poesia o una preghiera che quando provi ad esprimere a voce alta vieni assalito dai dubbi); invece ogni occasione di riflessione e di confronto dimostrano che questa operazione di scavo, di rifinitura, di limatura non solo non è finita ma forse non finirà mai. Forse perché in questo campo non è importante la meta ma il percorso in sé, lo sforzo di conoscersi meglio, la soddisfazione di fare un passo avanti, a volte la delusione di farne uno indietro.

Se i giorni di escursione sono stati interessanti, non lo sono stati di meno quelli di navigazione impegnati da ricordi, spunti di riflessione e considerazioni riportate in simpatiche tesserine colorate.

Lo strumento più efficace usato dai facilitatori è stato quello dello stimolo all’ascolto, non solo di noi stessi ma soprattutto degli altri perché proprio in questa mutua comprensione ed accettazione abbiamo imparato a filtrare le nostre certezze e a confrontare i nostri dubbi.

I complimenti all’iniziativa, ai progettisti e ai facilitatori sono grandi e sinceri… ma poco utili per migliorare.

Mi permetto una critica e un suggerimento.

Non mi piace il titolo che avete dato all’iniziativa perché ricorda troppo la nostra condizione attuale dalla quale invece si tentava di astrarre affermando il primato della libertà dei pensieri e dei sentimenti.

Suggerisco invece di marcare in modo più netto la vostra estraneità (anche se non fosse completamente vero…) al Sistema Carcerario per favorire una maggiore fiducia e quindi una migliore ed efficace partecipazione dei detenuti (ops! dei viaggiatori).

A conclusione di questa esperienza mi resta una sola parola: Grazie!!

Daniele.

 

[1] Cfr. M. AUGÉ, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera editrice.

[2] M. Feltri, Il prigioniero Adriano Sofri, da Il Foglio, gennaio 2002.

[3] G. FERRARO, Filosofia in carcere. Incontri con i minori di Nisida, Filema edizioni, p.16.

[4] V.E. Frankl, Uno psicologo nel lager, Edizioni Ares, p. 77.

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