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MALATTIA E FILOSOFIA: UN INCONTRO POSSIBILE? – di Valentina Napolitano

Le Medical Humanities come approccio alternativo alla sofferenza del malato.
All’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso negli Stati Uniti, nasce un movimento (di ispirazione religiosa) animato dalla preoccupazione pedagogica dovuta soprattutto alla tendenza in quegli anni, della medicina, a separare il fatto tecnico da quello umano.

Nascono così quelle che sono state definite le Medical Humanities, che intendono occuparsi di dare risposta ai diversi bisogni della persona malata, nel senso più ampio possibile, muovendosi nell’ambito di una prospettiva allargata, in cui le scienze mediche possano integrarsi con le scienze umane, mettendo al centro la persona malata, che prima ancora di essere la “sua malattia”, è un individuo con dei valori, delle relazioni, delle convinzioni e soprattutto delle condizioni di vita ambientali e affettive che influenzano il suo voler stare nel mondo alle proprie condizioni.

La malattia è normalmente vissuta come un nemico da debellare, come un fattore di disturbo, una minaccia. La medicina è troppo spesso chiamata a reprimere il sintomo, a non far sentire più il dolore, che viene vissuto dalla persona sofferente come una menomazione della propria individualità. Nella vita quotidiana, il corpo è invisibile, nel senso che ci accorgiamo di averlo nel momento in cui duole in qualche sua parte, dando quasi l’impressione che sia diventato altro da noi. La sofferenza e il dolore, sono parte indissolubile di tutte le malattie: si è consapevoli di star male perché si sente dolore. E se anche si cerca di esprimere l’intensità del male che si prova, sappiamo tutti in anticipo che nessuno sente il dolore come un altro, nessuno può condividerne l’esperienza diretta. Il dolore è in qualche modo una faccenda privata, che riguarda l’individuo nella sua singolarità e unicità, immergendolo in un universo inaccessibile a chiunque altro. E’ chiaro che in questa prospettiva, non è solo una parte del corpo ad essere malata e a soffrire, ma lo è l’intero individuo, inteso come persona inserita in un contesto sociale, famigliare, ambientale, affettivo in una parola, nella sua intera esistenza.

L’incontro con la sofferenza dell’altro.
L’incontro diretto o indiretto con la malattia e la sofferenza è una questione che accomuna tutta la specie umana, e io credo che, come scrive Le Breton, «il dolore è l’indice di una sofferenza esistenziale che risuona nella carne […] appartiene alla vita ancor prima che al corpo dell’individuo. Il sintomo è uno schermo, il corpo la strada privilegiata per far comprendere una mancanza a livello dell’essere che viene a intaccare il rapporto con il mondo».[1]

Una persona che soffre di una malattia ha bisogno di essere considerata non solo sul piano fisico, ma primariamente (non principalmente) ha la necessità di essere accompagnata nella piena comprensione del suo “vissuto” rispetto alla malattia. Una malattia, sia essa lieve o più importante, modifica non solo la struttura organica dell’individuo che ne soffre, ma anche tutte le parti che, diciamo così, lo compongono: le relazioni famigliari e professionali, la percezione che si ha di se stessi, come si modifica la quotidianità, cosa si decide di continuare a fare e cosa si abbandona, come e se si percepisce un cambiamento nel modo di comunicare con se stesso e con gli altri… insomma una vera e propria rivoluzione della propria esistenza che coinvolge anche le persone vicine e la propria visione del mondo.

Nessuno reagisce allo stesso modo ad uno stesso malessere, e questo mi porta a riflettere sull’importanza del vissuto che precede il manifestarsi del sintomo di una malattia.

Dal mio punto di vista, che ovviamente non può essere medico quanto piuttosto “esistenziale”, credo che la malattia rappresenti l’apice di una profonda crisi morale o esistenziale nella vita di un individuo. La parola “crisi”, fa pensare ad un cambiamento improvviso sia esso positivo o negativo, a qualcosa che si verifica repentinamente ed inaspettatamente. «La malattia è sempre una crisi e ogni crisi richiede evoluzione. Ogni tentativo di raggiungere di nuovo lo stato in cui ci trovavamo prima della malattia è ingenuo o sciocco. La malattia vuole portare a rive nuove, sconosciute e non vissute – solo quando noi seguiremo consapevolmente e liberamente questo richiamo riusciremo a dare un senso alla crisi».[2]

L’ascolto del malato con il metodo biografico.
Ascoltare una persona che ha una malattia, parlare della propria vita prima dell’esplosione della sintomatologia è un’esperienza quasi “mistica”: si diventa testimoni di una presa di coscienza. Ci si accorge che il sintomo fa la sua comparsa in un certo momento, non in un altro, che in quel momento si avevano dei pensieri, delle fantasie, dei sogni, ci si stava occupando di qualcosa in particolare, si desiderava un cambiamento, quasi la malattia rappresentasse una possibilità che la vita ci offre per prendere altre strade, valutare altre possibilità, modificare magari uno stile di vita insano. E sono i piccoli eventi della vita quotidiana che improvvisamente ci fanno comprendere: i sintomi e la malattia costringono a modificare il comportamento, impediscono di fare certe cose e costringono a farne delle altre. «Una modificazione forzata del comportamento è una correzione forzata e dovrebbe quindi essere presa seriamente».[3]

Io credo che ogni malattia abbia un suo senso e un suo specifico significato nell’ambito della biografia dell’individuo che ne soffre. Il metodo biografico, con la narrazione della vita da parte del “protagonista”, offre la possibilità di comprendere cosa ci dice il corpo e magari si arriva alla consapevolezza che lo stato di sofferenza nel quale ci si trova, non è proprio un caso, perché «[…] l’uomo, non solo ha la sua malattia – da intendersi come parte della sua intera biografia – ma se la crea; […] egli produce la malattia, i gesti di espressione, il linguaggio del corpo, così come dà forma a qualsiasi altro gesto espressivo e a qualsiasi altro tipo di comunicazione».[4] Non nascondo che questo punto di vista, quello di considerare la malattia come una forma di comunicazione, pur nella sua ovvietà mi crea uno strano senso di inquietudine. Riflettendoci, in effetti, va da sé che la comunicazione sia una condizione imprescindibile dell’essere umano, nella quale si è coinvolti fin dall’inizio dell’esistenza, e che per quanto ci si sforzi, non si può non-comunicare. Il comportamento, non ha un suo opposto, semplicemente non è possibile avere un non-comportamento. Ed è interessante notare come la teoria della comunicazione consideri i sintomi come dei messaggi non verbali.[5]

Il ruolo della narrazione autobiografica consiste nel verbalizzare questi messaggi, nel cercare di dare un senso al vissuto attraverso la costruzione di nessi di causalità, alla ricerca del significato di una esperienza in retrospettiva, offrendo la possibilità di stabilire un legame tra l’evento eccezionale (la malattia) e la vita ordinaria.

 

Un’esperienza.

 

Quando la tempesta sarà finita, probabilmente
non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla
e ad uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia
finita davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu,
uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.

Haruki Murakami

 

A. è una donna di 48 anni. Le è stato diagnosticato un carcinoma ovarico bilaterale. Dopo l’intervento e prima dell’inizio della chemioterapia, mi chiama per “parlare un po’”. Avverte la necessità improrogabile di mettere ordine nella sua testa, di trovare un senso a tutto quello che le si è abbattuto sulle spalle, quasi Dio la stesse mettendo di fronte a delle prove da superare. La domanda che si pone e che mi pone tra le lacrime, come un ritornello è: “Cosa vuole da me? Che ho fatto per meritarmi tutto questo? A quale prova mi sta sottoponendo?”.

Da sola non riesce a chiarirsi le idee, ha bisogno di un interlocutore, di qualcuno che la ascolti, ha bisogno di uno spazio in cui riflettere. Si sente confusa, stritolata in un vortice fatto di cure mediche, analisi, visite specialistiche, diagnosi, e contemporaneamente avverte quella paradossale sensazione di vivere la vita di un altro, quasi lei fosse solo una spettatrice. Nel suo racconto si evidenziano due tempi: quello di prima e quello dopo la malattia, rivelando a mio avviso una lacerazione (momentanea) nella sua identità, che fatica a ricostruire. Vive la sua malattia come una catastrofe, una tragedia che ha rivoluzionato lo scorrere tranquillo della sua vita famigliare. Si colpevolizza, ritiene che Dio la stia punendo per qualcosa che ha fatto o anche solo pensato. Per questo ha bisogno, attraverso il racconto, di recuperare una visione ampia e distaccata del suo vissuto, e di rievocare quelle che secondo lei sono le cause della “punizione divina”. Ci vediamo spesso, anche due volte a settimana, ed i primi incontri sono tutti dedicati alla ricerca della causa della “punizione”

A. accetta, dopo le iniziali resistenze, l’ipotesi che la sua malattia innegabilmente importante, possa rappresentare uno “snodo biografico”, e che comprenderla possa apportare dei vantaggi alla sua esistenza, possa permetterle di cambiare direzione e possa rappresentare davvero l’opportunità per un cambiamento.

Raccontandomi la sua vita, nel periodo immediatamente precedente l’esplosione dei sintomi, in effetti si rende conto che era tutto troppo confuso, che era infelice, profondamente infelice, e che in qualche modo si era trovata ad abdicare ai suoi valori: aveva accettato per dei motivi che ora riteneva futili, dei compromessi che la facevano soffrire e le rendevano la vita faticosa ed inaccettabile.

Il nostro percorso non è stato sempre lineare. A. ha iniziato la chemioterapia e i nostri incontri sono intervallati dalle crisi post-somministrazione. L’oncologo le dà il 50% di possibilità di guarigione e di sopravvivenza. E’ stravolta. E lo sono anche io.

Questi incontri mi devastano, non sempre riesco a mantenere la distanza che richiederebbe il mio ruolo, è faticoso per me, è faticoso soprattutto cercare di non immedesimarmi nella sua situazione. Comunque, dopo questa illuminazione statistica da parte del medico, inizia una lunga riflessione, durante la quale io soprattutto ascolto, o al massimo cerco di riportarla sulla strada intrapresa evitandole inutili e dolorose divagazioni. L’esito è per me inaspettato, non sarei stata in grado io stessa di un’analisi così ricca, lucida e profonda. Le sue riflessioni la portano alla conclusione che in ultima analisi, tutti, sempre, abbiamo il 50% di possibilità di sopravvivere alla nostra giornata. Mi guarda, sorride, e mi dice: “scusa, ma prima quante ne avevo?”.

Questo periodo di confusione l’ha portata verso la decisone di non mollare (“io sono una tigre, che ne sanno questi!”), ha deciso di impossessarsi della sua vita elaborando una serie di programmi da mettere in atto “quando sarà tutto finito”, perché è sicura, ha deciso, che lei fa parte del 50% che guarisce.

La narrazione della sua vita è stata ed è per lei la possibilità di un’auto-esplorazione che non si era mai concessa, probabilmente per timore di scoprire qualcosa di sé non in linea con la vita che si era costruita.

A. ed io continuiamo a vederci e a tessere la trama della sua vita futura, presente e a volte anche passta, ma con calma ora! In questo momento ha bisogno di sostare, avverte la necessità di stare lì dove è stata condotta dalla sua personale tempesta.

Bibliografia
Demetrio Duccio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996;
Dethlefsen Thorwald, Dahlke Rüdiger, Malattia e Destino. Il valore e il messaggio della malattia, Edizioni Mediterranee, Roma, 2007;
Gadamer Hans-Georg, Dove si nasconde la salute, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1994;
Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia, Einaudi Editore, Torino, 2002;
Le Breton David, Antropologia del dolore, Meltemi Editore, Milano, 2016;
Von Weizsäcker Viktor, Antropologia medica, Editrice Morcelliana, Brescia, 2017;
Watzlawick Paul, Helmick Beavin Janet, Jackson Don D., Pragmatica della comunicazione umana, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 2008.

 

[1] D. LE BRETON, Antropologia del dolore, Meltemi Editore, Milano 2016, p. 44.

[2] T. DETHLEFSEN e R. DAHLKE, Malattia e destino, Edizioni Mediterranee, Roma 2007, p. 95.

[3] T. DETHLEFSEN e R. DAHLKE, op. cit., p. 95.

[4] V. VON WEIZSÄCKER, Antropologia medica, Editrice Morcelliana, Brescia 2017, p.119.

[5] Cfr. P. WATZLAWICK et al. Pragmatica della comunicazione Umana, Casa Editrice Astrolabio.

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